Spotify e l’algoritmo che incatena la creatività

Innanzitutto, non voglio lamentarmi. Faccio parte anch’io di questo consumismo musicale e ne traggo dei benefici. Le mie parole non sono di vittimismo o rassegnazione, ma sono opinioni e osservazioni che ho maturato nel tempo. Non voglio demonizzare nessuno: sono il primo a godere dei vantaggi di Spotify.

Da quando pubblico musica sugli store digitali, per la prima volta ho un flusso stabile di ascoltatori, 40-45 mila al mese, sparsi in tutto il mondo. A vent’anni, trent’anni, quando suonavo nei locali e cercavo di promuovere i miei album, questo risultato era inimmaginabile. Era un traguardo che sembrava impossibile. Eppure oggi ci sono persone dall’America, dal Brasile, da tanti posti che ascoltano la mia musica.

Ci sono artisti italiani che stimo tanto, con meno ascoltatori di me, eppure sono di livello eccezionale. E, allo stesso tempo, ci sono artisti che fanno musica d’ambiente molto anonima e hanno 200 mila ascoltatori mensili. È il paradosso della piattaforma.

Spotify è una via di mezzo tra un servizio di streaming e un social network: permette un minimo di interazione tra utenti e musicisti, ma alla fine tutto gira intorno all’algoritmo. Ed è lì che nasce la frustrazione. Perché l’algoritmo spinge sempre i pezzi che all’inizio hanno avuto fortuna, e li mantiene in vantaggio sulle nuove uscite. Così, l’evoluzione musicale non viene mai messa in evidenza.

Ho fatto anche un esperimento. Ho chiesto di calcolare quale fosse il mio brano con più salvataggi in proporzione agli streaming. La sorpresa? È risultato Flight to the Ford – un brano a cui tenevo molto, ben riuscito secondo me, e che invece è stato completamente ignorato dagli algoritmi. Questo fa capire che Spotify non dà il giusto peso ai salvataggi, che per me sono molto più significativi degli streaming.

Così mi ritrovo incatenato a un genere “tavernoso”, medievale da taverna, quando in realtà negli anni ho sviluppato molto altro: influenze celtiche, epiche, orchestrali, strumenti tradizionali del sud Italia riarrangiati in chiave sinfonica. Tutto questo lavoro, però, non viene valorizzato.

Come si fa a sovvertire questo mostro mangia-creatività che è l’algoritmo? Non ho una risposta definitiva. Una cosa che ho fatto è creare una mia playlist, Best of Nicostrauss, dove ho messo i brani che considero più rappresentativi. Oppure cerco curatori indipendenti di playlist, che possano dare spazio ai pezzi meno spinti. È una lotta impari, lo so.

La speranza è che un giorno Spotify cambi le regole e prenda più in considerazione i salvataggi, non solo gli stream. Nel frattempo continuo a fare quello che faccio, senza lamentarmi troppo: non posso sputare nel piatto da cui mangio. Ma resta la speranza che la creatività torni al primo posto, e che la qualità conti più della quantità.